Vaše prosba k Panně Marii Svatohorské

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20. června 2009

La casa fanno soprattutto quelli che ci sono vicini

P. Stanislav Přibyl, CSsROmelia durante la Santa Messa celebrata alle 19.30 in occasione della Vigilia della Solennità d'Incoronazione della Madonna di Svatá Hora

 

Cari amici di Boemia, di Slovacchia e d'Italia,

questa sera, ogni anno, comincia la giornata più solenne di Svatá Hora. Già dal 1732 la terza domenica dopo le Pentecoste si celebra la Solennità dell'Incoronazione. Come vediamo, la Statuetta Miracolosa della Madonna di Svatá Hora ha delle corone. Secondo la bolla papale con queste corone la abbellì in quell'anno 1732 il vescovo ausiliare di Praga Johann Rudolf Špork. A quel tempo per i cattolici nel Regno di Boemia fu l'avvenimento più importante. In quell'occasione vennero a Svatá Hora più di 50 mila persone, un numero incredibile, una massa che oggi, nell'ambiente di questo non tanto grande luogo rispetto alla sua dimensione, non possiamo neanche immaginare.

La Solennità dell'Incoronazione porta il nostro pensiero in due direzioni. Rivolge i nostri occhi sia al pellegrinare e ai pellegrinaggi, cioè al movimento che non è un puro turismo o una pura migrazione, però a quello che ha una meta chiara, cioè visitare un luogo sacro che è il simbolo della casa, rafforzare la nostra fede e ottenere le grazie. L'altro punto di vista poggia su Dio e sugli amici di Dio, su quelli da che veniamo. In caso di Svatá Hora si tratta della Beata Vergine Maria.

Papa Giovanni Paolo II, nella sua bolla Incarnationis mysterium pubblicata in occasione dell'Anno Santo 2000, ha intitolato i pellegrinaggi il segno che testimonia la fede e che aiuta la devozione del popolo cristiano.

L'uomo è un pellegrino già per la sua natura perché la vita è un pellegrinaggio. Dio ci ha dato il dono del tempo e dello spazio affinché ci sviluppiamo verso la sua stessa immagine, affinché diventiamo più perfetti. Noi ci rendiamo conto della temporalità e del movimento del nostro essere umano. Il nostro desiderio naturale è di giungere alla meta. La chiamiamo il cielo, la felicità eterna. E proprio il pellegrinaggio è l'immagine di questo movimento della vita umana. Rappresenta non soltanto l'immagine ma anche un certo ricordo di questa realtà sperimentata "sulla propria pelle". Un luogo di pellegrinaggio come la meta allora, da un certo punto di vista, rende presente il cielo.

Come tutte altre opere di un cristiano, anche il pellegrinaggio ha un doppio impatto. Da un lato si tratta dell'impatto "interno", cioè dare alla propria fede, che è qualche volta già un po' coperta dalla polvere, più della qualità. Si parla dello sviluppo. Siccome un pellegrinaggio è così visibile, allo stesso tempo ha l'impatto "esterno", cioè è una testimonianza che il prendere delle vie di Dio fa una parte importante della vita umana.

I pellegrinaggi, soprattutto per quanto concerne i pellegrinaggi seri, fatti a piedi, quelli che costano Pěškyanche una goccia del sudore, qualche gallozzola, qualche volta anche una gran fatica, rappresentano un'opportunità straordinaria per cambiare la vita. Proprio perché sono così visibili. Per questo la devozione popolare sempre fioriva nel corso dei pellegrinaggi e nei luoghi di pellegrinaggio. Tutto il pellegrinaggio è, infatti, l'abbandono dello stereotipo. La via stessa parla di sé, quando la meta è così nobile.

Oggi abbiamo tra di noi pellegrini provenienti dalle regioni assai lontane. Ci sono, come ogni anno, i pellegrini della Slovacchia. In più, c'è anche un gruppo dei pellegrini della Regione di Trento. Vengono a percorrere la stessa strada come i loro antenati durante la prima guerra mondiale.

Allora gli abitanti della Valle di Ledro persero in un paio delle ore le loro case quando dovettero abbandonare all'istante le loro case e furono dispersi in tutto l'impero austroungarico. Fu un esilio, però fu anche un pellegrinaggio, anche se in un paese sconosciuto, simile a quel pellegrinaggio d'Abraham. Questo pellegrinaggio costava a tutti la perdita della casa, in alcuni casi anche la perdita della vita. Ricordiamo questi defunti soprattutto in questi giorni pregando per loro. Sono sepolti nei nostri cimiteri e l'anno scorso ci siamo decisi di far costruire un monumento a loro memoria qui a Svatá Hora per avere sempre davanti agli occhi il loro pellegrinaggio involontario durante il quale Svatá Hora assunse il ruolo di una casa alternativa.

Valle di LedroI ledrensi ci venivano a incontrarsi, a ottenere nuove notizie, però, anche a rifugiarsi nella Beata Vergine Maria. Lei è madre, abbraccia il Bambino di Gesù, e noi siamo stati accolti in questa famiglia di Dio. I profughi dalla Valle di Ledro qua potevano sentirsi come a casa almeno per qualche momento all'anno, perché per la casa non si intende solo la casa dove siamo nati e dove abbiamo vissuto, però soprattutto le persone che ci sono vicine. Così la fede ci aiuta a superare la nostalgia della casa. Con Dio, infatti, siamo a casa dappertutto.

Il sentirsi a casa, però, dipende anche da noi, cristiani. Nella Chiesa primitiva dicevano dei cristiani che erano quelli che si amavano.

Allora, più di 90 anni fa, noi Boemi trattavamo davvero come cristiani aver accolto i profughi ledrensi nelle nostre case. E questo fatto porta frutto finora. Siamo amici, conosciamo uno grazie all'altro, conosciamo le nostre case e sentiamo fortemente che apparteniamo a noi stessi. Non è soltanto un gemellaggio tra i comuni il quale è di moda in questi giorni e dei quali c'è ne sono sia nel nostro paese sia in Italia migliaia. Quello che sperimentiamo noi sono gli interessi dell'amore cristiano provato dai nostri antenati tanti anni fa.

Non fu una decisione eroica di accogliere i profughi che parlavano una lingua straniera, fu una situazione la quale i nostri antenati - forse sotto pressione delle autorità - affrontarono e furono semplicemente capaci di accettarla. L'amore verso il vicino comincia per mezzo di opere discrete, cossi detto normali, e assume la grandezza e le dimensioni eroiche col passare del tempo.

Vorrei che la nostra amicizia, la cui frutto è anche la solennità d'oggi e di domani, non si capisse un avvenimento su tanti, però, un'occasione della provvidenza cresciuta dal sangue, dal sudore e dalle lacrime dei nostri nonni, da quella felix culpa, dal male della guerra il quale, però, diventa il bene espresso dopo anni nella collaborazione amorevole e nell'amicizia.

Vi pregherei di non perdere quest'occasione! Siamo e rimaniamo membri di una famiglia collegata Milostná soška Panny Marie Svatohorsképer mezzo dei fatti storici, però, rivissuta grazie all'amicizia, alla collaborazione e al mutuo amore cristiano.

Alla fine solleviamo il nostro sguardo verso la Beata Vergine Maria. La statua di Svatá Hora la raffigura come Madre col bambino piccolo, entrambi sono felici. Sappiamo bene che più tardi tutto è cambiato. Dopo il Magnificat fu lo Stabat. Dopo la gioia arrivò il dolore, quando, sotto la croce, la Madre perse il Figlio. Però in quel momento siamo diventati i suoi figli. Così lei è diventata la Madre di tutti i discepoli di Gesù. Questo fatto, senz'altro, fa valere per noi che apparteniamo alla Chiesa di Cristo. Possiamo e dobbiamo farlo valere anche per tutti gli uomini. Che cosa significa questo? Soprattutto quello che nessuno di noi è da solo che abbiamo molto in comune e che dappertutto possiamo trovare un pezzettino della casa. Da un altro punto di vista si tratta di un dovere di comportarsi verso ogni uomo come se appartenga nella propria famiglia.

Auguro a noi tutti perché questo fatto sia una nostra esperienza profonda. Ognuno di noi ci contribuisca con tutte le sue capacità! È l'unico modo possibile e vero di cambiare i nostri paesi e tutta l'Europa in una vera casa.

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